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Vivere sulla corsia di sorpasso

Nella loro veste di personaggi della vita pubblica, le star del cinema anticipano la nascita di desideri collettivi e danno un volto a questo cambiamento. Nell’ebbrezza della mobilità degli anni 60 e 70 sono in tanti a sognare una locomozione sempre più veloce. Steve McQueen, uno degli attori di Hollywood più conosciuti di quell’epoca, apparteneva ai personaggi di spicco di questa nuova gioia di vivere. Le sue vittorie in pista, i suoi bolidi sullo schermo, le sue motociclette private, i suoi aerei e le sue auto sportive, oltre ad essere immagini personali, diventano dei simboli della sua ascesa sociale.

Un piccolo sorriso beffardo illumina gli occhi di colore blu profondo. Nulla di più. Sotto la stoffa si delineano i muscoli. Come nel caso delle sue amate auto da corsa, la cui elegante carrozzeria non può nascondere la forza concentrata sotto il cofano. Anche senza tante parole, Steve McQueen è immediatamente presente. Ciò caratterizza il suo stile e rivela il suo complesso universo sentimentale.

McQueen porta con sé sullo schermo uno sconosciuto miscuglio di concentrazione e disinvoltura, di contegno e di forza virile. Con molto rispetto la stampa parla del “King of Cool”.

La passione di Steve McQueen per le corse scaturisce da una bramosia che caratterizza un’intera generazione e di cui egli diventa il piano di proiezione. “Non so perché sono così famoso”, afferma in tutta sincerità. “Forse la gente si identifica con me, poiché provengo dai bassifondi”. Il fascino che egli esercita sui suoi ammiratori ha sicuramente a che fare con la temerarietà con la quale egli sfreccia sulle piste. A metà del XX secolo egli incarna quindi l’archetipo dell’eroe maschile in cerca di libertà ed avventure.

Nel corso della sua vita, McQueen acquista numerose moto da gara, da cross, da strada nonché per il fuoristrada estremo. Fra tutte queste vi sono modelli come la Triumph Bonneville TR6SC, Suzuki, Husqvarna 400 CR, Indian Chief e Vincent HRD. A partire dagli anni 70 colleziona anche delle auto d’epoca risalenti agli anni 20. Quella che particolarmente lo entusiasma è la Vélosolex 3800, con la quale si diverte molto durante le riprese di LeMans.

Nel 1957 qualcosa torna ad interessare Steve McQueen: egli vuole una vettura sportiva. La sua prima Roadster, una Siata 208 S, fu seguita da una Porsche 356 Speedster, da una Lotus Eleven e dalla rarissima Jaguar XK S5. Per il suo 34° compleanno la moglie gli regala una splendida Ferrari 250 GT Lusso. Poco più tardi guida un’altra Ferrari esclusiva, l’elegante 275 GTS/4 NART Spyder Cabrio. Nel 1969 McQueen amplia la sua flotta Porsche con una Porsche 911S, alla quale si aggiunge poi ancora una 911 Turbo.

In gara Steve McQueen guida le macchine più desiderate di quegli anni. Dopo essersi fatto le ossa con la Porsche 356 e la Eleven, corre in formula Junior con una Cooper T52 e partecipa a varie competizioni al volante di una Austin-Healey Sebring Sprite, di una Porsche 908 o 917. Anche in gare nel deserto si piazza fra i primi alla guida della Hurst Baja Boot, una Buggy fuoristrada costruita da Vic Hickey.

Ma naturalmente questi bolidi non sono gli unici cavalli della sua scuderia. Come ogni star degna di questo nome, Steve McQueen ha ovviamente anche una Mini Cooper S, oltre ad un Maggiolino Volkswagen, ad una Mustang e ad una Corvette. Per lunghi giri fuoristrada si procura una Jeep con motore Chevy-V8, una Land Rover e alcuni Pickup di GMC, Chevrolet o Ford, coi quali va in giro per i suoi ranch a Santa Paula (California) e Ketchum (Idaho). In città guida una Cadillac a quattro porte berlina, una Chevrolet Bel Air Cabriolet del 1957, una confortevole Hudson Wasp Coupé oppure una Cadillac Series 62. Un’Excalibur è seguita da una Mercedes 280 SE 3.5 Cabrio. Per un breve tempo viene aggiunta anche una Rolls-Royce Corniche Cabrio, ma la berlina preferita da McQueen è la sua Mercedes 300 SEL 6.3.

Per comprendere il fascino che l’accelerazione ha per molta gente, bisogna considerarla un mezzo per uscire da se stessi e per appagare il bisogno metafisico di superarsi. “Non c’è niente di più eccitante delle corse automobilistiche e, contrariamente ai trip da droga,  si mantiene in questo caso la propria dignità”, dice Steve McQueen che, quale consumatore di droghe pesanti, sa bene di cosa si parla. Sebbene i suoi copiloti o concorrenti lo descrivano come un pilota molto concentrato, perfezionista e sempre ottimamente preparato, McQueen è perfettamente consapevole del fatto che una tale passione presenta dei tratti irrazionali: “Quando qualcuno è così ossessionato, non da ascolto a nessuno; è come inebriato dal rombo dei motori.” Per certi versi è anche una fuga, perché in pista riesce a lasciarsi alle spalle tutti i problemi.

“Riesco a rilassarmi soltanto quando accelero una moto da corsa o una vettura sportiva”, spiega Steve McQueen ai giornalisti. Il suo personaggio in Thomas Crown è incredibile; anch’egli ama il gioco col pericolo. La scena in cui Thomas Crown fa sfrecciare il suo aliante, sfiorando le chiome degli alberi, avrebbe potuto essere girata anche nella vita privata di Steve McQueen. Quando la giovane donna che lo aspetta a terra lo interroga circa il motivo di questa rischiosa manovra, Crown risponde laconicamente che così non avrebbe almeno più bisogno di scervellarsi. “Su che cosa”, chiede lei stupita. Con occhi brillanti di malizia McQueen, alias Thomas Crown, ribatte: “Su chi voglio essere domani.”

Ciò che il pubblico cinematografico locale ed internazionale ammira di Steve McQueen non è soltanto la sua assoluta volontà di progresso, bensì anche l’orgoglio col quale egli si distanzia dal sistema, sfidando ripetutamente se stesso e gli altri. Si tratta di una sfida, nella quale le categorie sociali non rivestono alcuna importanza. “Io amo lo sport agonistico in tutte le sue varianti. Al tipo accanto a me non interessa affatto sapere chi sono. Gli importa soltanto battermi.” Per dimostrare ciò di cui è capace, McQueen non teme neppure di puntare su un elemento centrale dello sport agonistico: il rischio.

La passione ha il suo prezzo

Durante tutta la sua vita Steve McQueen sfida la fortuna, spingendosi permanentemente ai propri limiti. Le sue moto, le sue auto e i suoi aerei sono un mezzo di fuga, un biglietto d’ingresso in un altro mondo, in un mondo migliore. Per questo, oltre a spendere parecchio tempo e denaro, investe anche molta forza fisica ed energia, perché lo sport automobilistico mette a dura prova sia la psiche che il corpo.

Il fatto di essere seduti al volante di un bolide non richiede soltanto un’estrema concentrazione ed attenzione, bensì anche una forma fisica smagliante. Nel film Le Mans le scene di gara trasmettono un’impressione autentica delle scosse di adrenalina, della tensione e dello sfinimento dei piloti. Si sente, infatti, il loro martellante battito cardiaco nei secondi che precedono la partenza oppure si ha la sensazione di essere seduti accanto a loro nell’abitacolo. Ciò che non si riesce però ad immaginare è il caldo soffocante. La gabbia di vetro e metallo, nella quale sono rinchiusi i piloti di un prototipo da corsa, è come un’incubatrice. Per ridurre al minimo il peso viene rimossa gran parte dei rivestimenti, fra cui anche i tappetini che proteggono dal calore. Il cambio e il tunnel dell’albero cardanico che passa sotto il piccolo abitacolo diventano sempre più caldi e quando il sole batte sul circuito il termometro all’interno della vettura raggiunge i sessanta o settanta gradi. A queste temperature infernali si aggiunge lo sfinimento nervoso e fisico, associato alla fame e alla sete, poiché l’abbigliamento del pilota (tuta antincendio, cuffia, casco, stivali e guanti), che in caso di incendio o incidente offre solo una misera protezione, lo fa sudare ulteriormente. Quando cala la notte, delle luci splendenti vengono ad illuminare questa competizione, disputata con gli altri bolidi ad una velocità incredibile. Gli occhi sovraffaticati iniziano a far male. Indipendentemente dal risultato, al termine della corsa il pilota ha esaurito le proprie forze.

Se nonostante ciò sogniamo ancora Steve McQueen e le sue macchine, il fascino del pericolo e l’ebbrezza della velocità, risuona in noi una certa malinconia e un romanticismo cavalleresco. “La velocità è sempre stata il mio unico motivo di esistere, il mio salvagente – un’amica nelle cui braccia mi posso abbandonare completamente, senza essere imbrogliato”, ammise una volta l’attore. La star, che sottometteva tutto alla propria libertà, si sentirebbe oggi certamente assai limitata e attorniata da mass-media isterici, da agenti esageratamente prudenti e da un’opinione pubblica che accetta gli eccessi soltanto se si tratta di effetti speciali. La velocità porta in sé il sapore del frutto del peccato; è una sostanza stimolante e un veleno pericoloso che può uccidere colui che lo assaggia. È quindi proprio anche questo fascino della temerarietà e della proibizione che rende Steve McQueen così irresistibile, in grado di suscitare ammirazione e fascino anche decenni dopo la sua morte fra i membri di una generazione che non l’ha conosciuto sul grande schermo. Quando era ancora in vita, era una fonte di speranza, un personaggio simbolo di libertà e di disadattamento. Oggi viene venerato nostalgicamente come icona e personificazione di un tempo passato e di una promessa inadempiuta. Rifiutando fermamente le regole inamovibili e i valori ristretti, Steve McQueen è diventato l’incarnazione dell’affascinante ribelle.

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